Origini e storia

Non si conoscono notizie precise circa la fondazione e il primo sviluppo del villaggio, ma le vicende del territorio fanno supporre che l’età della pietra sia durata a lungo, perché l’alto crinale appenninico che avvolge la Valle della Lima nel suo comprensorio rese difficoltosi i collegamenti con la Valle Padana.

Il ritrovamento di cippi funerari del VI – V secolo a.C. a Pistoia, testimonia una presenza etrusca nel territorio e probabilmente le origini di tutti i paesi della montagna pistoiese appartengono a questo popolo.  In epoca successiva i romani presero il controllo del territorio e della viabilità transappenninica, non mancando scontri con le tribù dei galli e dei liguri . Le direttrici di penetrazione nelle montagne pistoiesi dalla zona padana erano certamente ben conosciute dato che, come presupposto da alcuni storici, una di esse fu utilizzata da Annibale durante la seconda guerra punica (217 a.C.) per raggiungere il lago Trasimeno.

Si ha notizia che  nell’ anno 214 A.C. nel territorio di Lizzano ci fu una battaglia dove il console Postumio fu sconfitto dall’esercito di Galli Boi ma poco dopo il console Tito Sempronio riconquistò per i romani il territorio  e nell’anno 198 A.C. il console Marco Claudio Marcello pose il suo alloggio a San Marcello e difese le mura da un attacco dei galli.

Anche i liguri opposero una tenace resistenza ma, incalzati dai romani tra il 177 e il 176 a.C., furono costretti a retrocedere verso il nord.

La sconfitta dei liguri portò a una rapida romanizzazione del territorio pistoiese e lo sviluppo viario che ne seguì favorì l’insediamento dei coloni romani che, dopo il completamento della centuriazione della zona di pianura, si stabilirono nelle zone montane tra l’alta Valdinievole e la Val di Lima.

La presenza delle montagne ha sicuramente segnato la storia del territorio pistoiese, in età romana l’oppidum di Pistoia amministrava un vasto territorio che si estendeva oltre i valichi appenninici lungo le direttrici più importanti e, in conseguenza dei percorsi, furono stabiliti i confini che si sono conservati anche successivamente con l’avvento della diocesi medievale. Si può quindi affermare che la rete viaria appenninica si determinò in relazione agli insediamenti presso i quali sorgevano le pievi e gli ospizi.

Nel diploma di Ottone III (998) i beni sui quali il vescovo pistoiese vantava dei diritti comprendeva numerose villae, curtes e diciannove pievi dislocate sia in pianura sia in zone montane, quella di Lizzano, la più avanzata delle diocesi, confinava con il plebato di Saturnana, che controllava l’alta valle dell’Ombrone, e con quella di Sant’Andrea di Furfalo, che probabilmente si estendeva fino al territorio di Crespole e Lanciole.

Nel territorio di Piteglio due erano i percorsi medievali più importanti: il primo risaliva la valle della Pescia e valicava il crinale di Panicagliora scendendo verso il fosso Pesciolina con la strada che passava attraverso la pieve di Furfalo per risalire verso la Serra e proseguiva poi per Calamecca; l’altro proveniva da Pistoia e raggiungeva l’ospizio della Croce Brandegliana.

Le prime fonti che parlano dell’ospitale della Croce Brandegliana risalgono al 1085: il toponimo Croce deriva dal fatto che sicuramente vi era innalzata una croce, probabilmente in legno, che identificava i cristiani; mentre il secondo termine del toponimo Brandegliana documenta che si trovava nel territorio della pieve di Brandeglio.

La nascita del Comune di Pistoia agli inizi del secolo XII determinò un nuovo e definito assetto del territorio, sin dall’inizio il Comune di Pistoia tese al controllo dei principali percorsi stradali per tutelare i traffici commerciali e il territorio fu organizzato in funzione di difesa militare con castelli assai muniti e popolati: Serra, Crespole, Lanciole, Calamecca, Avaglio, Marliana e Verruca.

Il territorio era suddiviso, dal punto di vista amministrativo, in tanti comuni rurali quanti erano i castelli; ognuno aveva dentro le mura una chiesa che fungeva da “parrocchia”.

Attraverso il controllo della rete viaria, il Comune estese la propria autorità alle aree rurali e montane, dove nel frattempo si erano formate piccole comunità.

All’inizio del 1230, i pistoiesi e i lucchesi, rotta la pace stipulata fra loro due anni prima, ricominciarono a farsi guerra, Pontito, Stiappa, Lucchio, Lignana, Tercantana, Castelvecchio e altri castelli furono occupati dalle armi pistoiesi.

Nel 1244 il Comune di Pistoia effettuò a scopo fiscale un censimento delle famiglie o “fuochi” del contado, i dati raccolti furono registrati nel Liber Focorum, un documento grazie al quale è stato possibile ricostruire l’estensione del districtus pistoiese, la distribuzione degli insediamenti e la loro consistenza demografica.

Nel Liber Focorum sono elencati 124 comuni rurali, suddivisi in quattro circoscrizioni, facenti capo alle quattro porte cittadine di Pistoia; Piteglio con gli altri centri della Val di Lima era compreso nella porta di Sant’Andrea, il cui territorio era costituito in massima parte dalla fascia appenninica nord – occidentale.

A Lanciole risultavano dieci fuochi, e considerata una media di cinque persone per “fuoco”, si può affermare che gli abitanti di Lanciole in quel periodo erano circa cinquanta.

Nessuno di loro è dichiarato pauper, cioè non in grado di pagare le tasse e tra di essi non c’era un nobile come dimostrano i nomi riportati nella pagina del Liber Focorum.

Questi i nomi:

Benedictus Tebaldini,

Filii quondam Cazapresbiteri,

Filii quondam Iunii,

Raynerius faber, bannitus

Befardus Corse,

Ventura Cambii,

Francescus Venture Baroni,

filii quondam Johannis,

Bonetus Bertolomei,

Francus qui fuit de Pontito.

Nel censimento non viene registrato nessun nobile in tutto il Comune, solo alcuni nomi di artigiani e un capofamiglia, tale Pellegrino Urbetelli, consigliere del Comune di Piteglio, impiegato nel definire i confini di competenza registrati nel Liber Finium.

Il documento fu redatto nel 1255, quando, dopo il conflitto scoppiato tra Pistoia e Firenze che risultò vincitrice, il partito guelfo giunto alla guida di Pistoia volle definire i confini dei comuni rurali per evitare i frequenti contrasti locali.

Alla pagina 286 del registro sono indicati i confini tra le comunità della Serra con Lanciole e Lanciole con Crespole, Bernardinus Maghinelli, vicario del Comune di Serra, Antonius Iunii, cittadino del Comune di Lanciole e Guido Soldi, cittadino del Comune di Crespole, stabilirono le linee di confino.

Per quanto riguarda Crespole con Lanciole, si fa riferimento alle località Piede Marclori, boschi de Argiri, bosco di Canochi, la Pescia; tutto ciò che stava dalla parte di Crespole, apparteneva alla giurisdizione di Crespole, mentre i territori dalla parte opposta appartenevano alla giurisdizione di Lanciole.

Lanciole condivideva con gli altri centri montani il tipo di vita sociale ed economica, che durante il secolo XIII, si basava sulla pastorizia e sulle risorse forestali, nei boschi gli alberi venivano tagliati, la legna era seccata e bruciata, le ceneri sparse con la zappa dove successivamente veniva seminata la segale; il cibo più importante che costituiva il sostentamento principale degli abitanti erano i frutti del bosco: castagne, noci e ghiande.

Le castagne erano così importanti che un cattivo raccolto affamava gli abitanti, il “pan di legno” era la base dell’alimentazione e per la loro raccolta si sospendevano tutti i lavori campestri, al pascolo erano destinate le alture con boschi e prati, dove era possibile, erano ricavati piccoli campi per la coltivazione dei cereali, in prevalenza miglio e qualche vite.

La situazione precaria della popolazione nei castelli pistoiesi fu la causa per la quale alcune famiglie di parte ghibellina si impadronirono di tutti i castelli della montagna scacciando le famiglie di parte guelfa. Ma  Spino da Trivulzio con un buon numero di soldati venne in aiuto dei guelfi e pose la sua dimora a Crespole. Gli abitanti di Lanciole  fuggirono dal borgo ma dopo poco tempo fecero ritorno alle case e si prepararono alla difesa del castello. Il 16 febbraio Spino da Trivulzio attaccò Lanciole e dopo  una dura battaglia riportò gloriosa vittoria. Sulla porta principale del castello pose le 6 bandiere rapite ai ghibellini e lasciò  fuori dalle mura appesa l’arme e stemma  della sua casa e quella dei Visconti in pietra. .Il giorno 16 febbraio, giorno dedicato a San Valentino, fece una solenne processione per rendere grazie al Signore.

Da una citazione del Cappugi Castelli della toscana stesso periodo “sopra la porta della terra di Lanciuole era una lapida dove era scolpita l’Arme di Pistoia, l’orso e gli scacchi a sua destra, a sinistra l’Arme de Visconti di Milano, cioè due serpi in bocca un bambino per ciascuna“.

Alla fine dello stesso secolo, esattamente nel 1293, gli uomini di Pontito assalirono, in un luogo della montagna chiamato Mandriana, la gente di Lanciole, le sorti furono favorevoli per i pontiti che inseguirono i lanciolesi fin dentro le mura del loro castello; era una delle tante faide originate probabilmente da futili motivi di confine che si verificavano spesso in questi tempi, durò per più di due anni fino al 12 settembre del 1295 anno in cui fu stabilita la pace.

Per regolamentare i confini furono redatti più documenti: il primo datato 5 agosto 1295 rogato dal notaro Ser Bondies di Calamecca, il secondo datato 13 luglio dello stesso anno, rogato da Ser Jacobus de Pontito.

Entrambi questi documenti sono stati pubblicati nel 1915 da Quinto Santoli nel Liber Censuum.

Gli atti stabilivano i diritti di confine e soprattutto di pascolo tra gli abitanti dei due comuni; Pontito di dominio lucchese e Lanciole di dominio pistoiese.

In particolare si stabiliva il confine tra le proprietà delle due popolazioni con l’apposizione di una lapide “Que traversat boscum Pontiti” e affermava che gli appezzamenti di terra posseduti “iure proprietatis” nei territori delle rispettive comunità potevano essere mantenuti purché ci si assoggettasse alla fiscalità della comunità di appartenenza, mentre era vietato per gli uomini delle due comunità di condurre bestie al pascolo nelle terre dell’altra e di compiere furti di erba, castagne e altri frutti.

Il lodo che fu approvato dalle autorità pistoiesi il 27 giugno 1299 è composto da otto articoli: il primo articolo che occupa più di tre pagine definisce minuziosamente i confini, il secondo assicura alle singole persone di Lanciole, che possedevano terre nel territorio di Pontito, di conservarne il possesso purché dietro pagamento di dazi e collette, lo stesso valeva per gli abitanti di Pontito che possedevano terre in quel di Lanciole.

Il terzo punto annullava una sentenza redatta in precedenza da Guidum Alberti di Popiglio, Ceccum Bonajuti di Serra, Baldum Michelis di Piteglio, Matum di S. Quirico et Provinciallem notaio di Stiappa.

Il quarto punto vietava ai pontigiani di condurre al pascolo gli animali nel comune di Lanciole e coloro che infrangevano questo divieto, erano costretti a pagare per danni sei denari fino a dodici bestie, e oltre questo limite, qualunque fosse il numero, dieci soldi.

Il quinto punto vietava ai pontigiani di entrare “armata manu”, di commettere furti anche di erba e frutti, nel territorio di Lanciole sotto pena di 100 soldi; lo stesso divieto valeva anche per i lanciolani con sanzioni da due a cinque soldi.

Il sesto punto riguardava la sistemazione da parte del Comune di Pontito delle lapidi confinarie della Via delle Volte, nel caso che questi non avesse provveduto, il Comune di Lanciole lo poteva fare in proprio.

Il settimo punto definiva il divieto sia per i pontiti sia per i lanciolani di costruire a una distanza inferiore a cento braccia dai confini.

L’ottavo punto ordinava che i rappresentanti dei due comuni facessero pace tra loro, perdonando gli insulti, le ingiurie e i danni provocati nel passato.

Gli ultimi anni del Duecento e primi del Trecento furono caratterizzati da forti contrasti sociali e lotte di fazione e a seguito di gravi disordini politici le autorità pistoiesi, nel 1294, richiesero l’intervento di Firenze con pieni poteri sulla nomina di podestà e capitani che durò fino al 1301. Seguirono ancora scontri tra Firenze, Pistoia e Lucca che videro coinvolta anche la montagna pistoiese.

Nel 1319 Castruccio Castracani viene nominato capitano di alcune comunità montane fra cui Montagnana, Momigno e Lanciole. Da una citazione del Cappugi Castelli della Toscana” Lanciuole avendo sentito la rotta che Castruccio aveva dato a Fiorentini sotto Montecatini pensò per fuggire il sacco di eleggere per suo signore Castruccio, come fece e rogò l’accettazione Ser Puccio di Michele di Serravalle”.

Il 14 febbraio del 1323 l’esercito di Castruccio  marciò verso la montagna con tanti soldati e con sette bandiere spiegate, arrivati ad un luogo detto “Sasso”, non molto lontano da Lanciole attaccarono il castello con una fiera battaglia che durò fino alle 22. La battaglia fu violenta ma non riuscirono a vincere e così partirono per riunirsi all’esercito di Castruccio che l’attendeva e la terra di Lanciole scampò da questo pericolo per la protezione di San Valentino e la popolazione iniziò da allora ad averlo in devozione.

Negli anni successivi il Castracani iniziò una trattativa di tregua con i pistoiesi e, alla sua morte nel 1328, il territorio passò sotto il controllo del Comune di Pistoia.

NEL 1328 Lanciole è sempre fedele ai Cancellieri

Nel 1330 gli Anziani di Pistoia con un provvedimento deliberarono che risiedesse a Lanciole un giusdicente minore, figura dotata di potestà di giudizio, per trattare le cause penali e civili degli abitanti di Lanciole e Crespole, sotto la dipendenza del Capitano della Montagna residente a San Marcello, nel 1330 fu eletto Capitano della Montagna messer Angiolo Panciatichi.

I Cancellieri di Pistoia non potendo resistere ai Panciatichi si nascosero nelle torri, nei monasteri e fuggirono arrivando fino a Calamecca, Crespole e Lanciole, e dopo lunghe battaglie morirono bruciati nei campanili. Nel 1336 i Panciatichi bruciarono il castello di Lanciole ed uccisero anche i bambini.

La città avvertiva la difficoltà della montagna e l’organizzazione del territorio, che fino alla fine del secolo precedente si era dimostrato efficiente, adesso mostrava segni di instabilità. Fu così che le undici podesterie esistenti furono aumentate a trentuno e nella montagna appenninica, che era l’area più instabile, nacquero ben dodici nuove circoscrizioni podestarili come attestato nello Statutum Potestatis del 1344; tra le nuove podesterie anche quella di Crespole e Lanciole.

Le azioni di banditismo, le discordie tra privati e tra le comunità, l’insofferenza per la pressione fiscale, rendevano difficile per Pistoia il controllo della montagna. Così, riacquistata l’indipendenza da Firenze, nel 1344 fu iniziata la stesura di nuovi statuti e la revisione dei compiti fiscali con un censimento delle persone soggette alla Taxa Boccarum nei comuni del distretto pistoiese.

Nei capitoli della Taxa Boccarum riguardanti Lanciole si riporta una popolazione di novantuno bocche fiscali che dovevano corrispondere a circa 110 abitanti; erano considerate solo le persone con età superiore ai quattro anni e sul numero delle bocche veniva erogato il sale ai comuni del distretto.

La pace conclusa con Pontito si ruppe nel 1381 e scoppiò tra i due popoli la lotta accanita più di prima alla quale presero parte anche altri castelli della lucchesia. I risultati furono saccheggi e incendi che durarono fino al 29 luglio 1383 quando, con la mediazione di Obizo di Dobelingo, fu concordato un armistizio, concluso con l’intervento di Niccolao Ferranti, che portò alla pace.

In un inventario delle proprietà di beni immobili, sia cittadini sia rurali del Comune di Pistoia, stilato nel 1382, sono descritti in modo dettagliato tutti gli edifici comunali, ma soprattutto gli insediamenti dei centri abitati del territorio; tra questi il castello di Lanciole viene definito “castrum cum muris merlatis undique cum ecclesia super qua est fortilitia in qua moratur capitaneus”.

In questo periodo notiamo che a Lanciole lo spopolamento, pur abbastanza pronunciato dovuto a carestie e pestilenze, appare un po’ meno drammatico che in altri più importanti castelli della zona; da un censimento nel 1392 le bocche fiscali sono sessantacinque, nel 1401 sono quarantadue.

Nel 1401 Meesser Rizzardo Cancellieri prese Calamecca Crespole e Lanciole, e dopo molte battaglie abbandonò i castelli rimanendo a Sambuca e Calamecca mentre in altri paesi tra cui Lanciole bruciò case e uccise uomini e bambini.

Nel 1403, in ottobre, il castello di Lanciole, essendosi esaurite le lotte tra i Panciatichi ghibellini e i Cancellieri di parte guelfa, che avevano dilaniato Pistoia e il suo territorio, si sottopose con gli altri castelli alla dipendenza del Governo di Firenze dal quale ottenne favorevoli capitolazioni.

Nel 1428 insorsero controversie di confine tra le comunità di Crespole, Lanciole di dominio fiorentino, e Pontito della repubblica lucchese, che si conclusero nel 1429, le lotte ricominciarono all’inizio del XVI secolo quando in Firenze si era ormai definitivamente stabilito il dominio mediceo.

Il cronista Galeotti racconta che nel 1537 gli uomini di Pontito avevano commesso delitti e ruberie in alcuni castelli di dominio fiorentino. Gli Otto di Pratica, che si occupavano degli affari diplomatici, ordinarono al vicario di Pescia di procedere alla cattura e alla prigionia dei lucchesi sebbene non fossero sudditi di Cosimo dei Medici.

Queste guerre fra Pontito, castello lucchese, e i castelli della montagna, continuarono per un bel pezzo finché nel 1540 i pontiti andarono a Lanciole, ammazzarono alcuni abitanti, bruciarono le case, occuparono la rocca e distrussero il fortilizio.

Gli uomini di Sorana mossi a pietà corsero armati a vendicare tanta crudeltà ma ormai il castello era distrutto. Cosimo dei Medici lasciava che tali delitti si commettessero sulla montagna, cercando il pretesto di attaccare i lucchesi e non facendo caso dell’accaduto, ordinò di ricostruire la rocca di Lanciole.

Su questa ricostruzione non si hanno però notizie precise, la vita nel borgo comunque continuò e in un censimento del 1551 gli abitanti di Lanciole risultano 146.

L’1 agosto 1580 viene stilato lo “Statuto di Lanciole”, (Archivio di Stato Firenze) un registro cartaceo legato in mezza pelle e assi di legno eseguito da una stessa mano; nella costola è riportata la denominazione COMUNE DI LANCIOLE.

“A dì primo agosto 1580 conciosiacosachè hoggi questo dì primo soprascritto, raunati et convocati in prudenti huomini del Comune di Lanciole a richiesta di Antonio de Lazzero, al presente vicario di detto Comune, et in detto luogo consueto dove sono soliti di fare le faccende a suon di campana, et nella piazza di detto comune, et nella quale congregatione interverranno tutti li soprascritti huomini… a fare tutte le faccende che fussino di benefitio del Comune. Et detto comune dà piena autorità a detti… che possino rivedere et fare tutte le faccende del Comune et andare a Firenze…”.

Questi i nomi delle persone:

Cammillo di Pasquale di Tognio

Francesco di Matteo di Bartolozzo

Pietro di Lorenzo di Giovanni

Lorenzo d’Andrea di Giovanni

Mante di Giovanni di Mante

Salvestro di Pagolino di Bartolozzo

Giuliano di Carlo di Vincenti

Matteo di Michele di Meo

Antonio di Lazzero di Pietro.

I capitoli che compongono lo statuto sono 107 e regolano tutti i comportamenti di vita nel paese a cominciare dall’elezione del vicario comunale, consiglieri, guardie, camarlingo ed estimatori.

I capitoli riguardano le mura del paese, le feste, la pulizia delle strade, il pascolo, le coltivazioni delle verdure, gli alberi da frutto.

In un capitolo si fa riferimento ai problemi connessi con il mulino e alla sua tutela. Viene specificatamente indicato che nessuno potrà edificare altri mulini sul territorio; la pena per i contravventori è altissima: cento scudi d’oro.

Gli abitanti sono obbligati a macinare i loro prodotti al mulino della comunità e solo se il mulino sarà guasto, gli abitanti potranno rivolgersi altrove.

Ogni anno, nel mese di ottobre, il mulino che si trovava in località Pie Martini sul fiume Pescia veniva messo all’incanto dal vicario; i mugnai per il loro servizio non potevano trattenere come compenso (molenda) più di tre libbre, ovvero circa un chilogrammo per staio. Il contenitore usato per misurare il grano era controllato e sigillato ogni anno.

Nello statuto di Lanciole viene trattato anche l’argomento relativo ai furti e danni ai gelseti, pianta indispensabile per l’allevamento dei bachi da seta; questo dimostra che all’epoca nella zona era diffusa la lavorazione della seta.

La pena per chi rubava le foglie era di lire due, e solo per le foglie di seconda germinazione la pena era minore e ammontava a dieci soldi; la zona dei gelsi si trovava nei pressi di Pie Martini.

Il Vicario di Lanciole doveva, entro il mese di marzo, mettere all’asta le rendite comunali, ossia le pasture, l’osteria e la panetteria, questo avveniva nella piazza davanti alla chiesa, in un giorno di festa alla presenza di tutti i paesani; gli acquirenti dovevano versare il pagamento in quattro rate e per garantire il regolare pagamento dovevano essere assistiti anche da garanti.

Naturalmente chi prendeva in affitto tali proprietà acquisiva anche alcune concessioni particolari.

Da questo si evince che nel Comune di Lanciole vi era una locanda e nello statuto vi sono precise indicazioni sulle regole del dar da mangiare e vendere vino a boccali; c’era una panetteria, dove gli abitanti potevano andare a comprare il pane o cuocerlo pagando due soldi a staio. Ogni famiglia per riconoscere il proprio pane aveva un timbro di legno intagliato, che imprimeva sull’impasto prima di cuocerlo, così faceva anche il fornaio.

Importante anche il regolamento sulla tutela delle piante di castagno che rappresentavano la primaria fonte di sostentamento; l’articolo 25 vietava espressamente di segare rami verdi, sotto pena di due lire, mentre l’articolo 42 vietava di raccogliere nel terreno altrui le castagne dal primo ottobre fino al 20 novembre, sotto pena di una lira per ciascuna persona e per ciascuna volta. Lo statuto regolava anche la raccolta delle foglie di castagno.

Si può affermare che tutta la vita all’interno del paese era regolamentata e per i trasgressori erano previste specifiche pene pecuniarie che in parte andavano a beneficio del Comune.

Nel 1631 Maria di Pasquino Giovannei nei Balducci tornata da Pontito con ceste di frutta andò a cuocere il pane da Domenichino attaccò la peste a tutte le donne che erano al forno e così si diffuse la peste.

Nel 1635 il 20 settembre crollò una larga torre in pietra che era nella parte più alta del castello e dove si rifugiavano i Lanciolani dai nemici. Sopra la porta delle mura  era una lapide dove era l’arme di Pistoia, l’Orso a scacchi a destra mentre verso sinistra era l’Arme dei Visconti di Milano . Le mura erano doppie e la torre merlata, era guardata da un castellano l’ultimo dei quali fu Batista Giovannelli. Il motivo per cui la torre cadde fu per colpa del Prete Serafino Poccieschi da Calamecca e Prete Costantino Grandi Maestro di scuola che consigliarono di scalzare la torre per ampliare la chiesa.

Le più importanti famiglie in quel periodo erano i Salvadori e i Grandi dalle quali sono usciti insigni maestri di musica, lettere ed armi.

Negli anni successivi gravi epidemie e carestie si abbatterono sulla popolazione, nel 1741 il gran freddo nel mese di maggio  e l’abbondante  neve che cadde nel mese di novembre furono la causa della mancanza del raccolto, alcune donne abbandonarono i castelli per trasferirsi a Pistoia dove le belle fanciulle andavano per le strade. Federigo Vescovo unito ad alcuni cittadini prevedendo il pericolo le ospitò in una casa posta nella Parrocchia di San Ilario e giungo il mese di maggio le rimandò alle loro case. Nel censimento del 1745 gli abitanti sono solo sedici in più rispetto al precedente documento.

Con le riforme attuate dal Granduca di Toscana Leopoldo I, nel 1775, le magistrature di tutti i dodici Comuni della Montagna furono abolite, anche gli statuti e i governi di Piteglio, Crespole, Lanciole e Calamecca insieme con gli altri scomparvero.

Una lunga autonomia di oltre cinquecento anni, pur sottoposta a vari domini si arrestò. Tutti i vecchi comuni passarono sotto le dipendenze della Comunità della Montagna con capoluogo a San Marcello e sotto un unico magistrato.

Queste riforme riunivano i territori di comuni e comunelli, al fine di formare entità territoriali più vaste, rendendo più agevole e moderna l’amministrazione e quindi eliminare una pluralità di amministrazioni non più confacenti all’assetto moderno e al conseguente aumento degli scambi di merci e culture.

Le riforme stabilite dal Granduca non riguardavano soltanto l’aspetto amministrativo ma anche la finanza, la giustizia e la religione. Il Capitano della Montagna, che era scelto tra le famiglie fiorentine più importanti, fu sostituito da un vicario cui fu affidata la giustizia; anche il sistema fiscale fu modificato con l’eliminazione di molte tasse e fu istituito un solo cespite chiamato “dazio”.

Tale situazione politica ed economica durò fino al 1808, poi con l’occupazione napoleonica, mutò il quadro politico e sparirono le magistrature granducali e i vicari. Fu in questo periodo che il territorio montano con le riforme francesi assunse la ripartizione amministrativa che ancora oggi esiste, e Lanciole non avrebbe più riacquistato la sua indipendenza ma sarebbe rimasta una frazione del Comune di Piteglio.

Con il ritorno dei Lorena, dopo la sconfitta di Napoleone, la ripartizione del territorio fu lasciata inalterata e dal 1865 Piteglio continua a svolgere il ruolo di capoluogo comunale.

All’inizio del XX secolo la popolazione rimase stabile; negli anni successivi una crescita più decisa portò la popolazione ad attestarsi nel 1911 a 364 unità divise in 57 famiglie.

Nel 1915 con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale molti giovani del paese furono richiamati alle armi e combatterono al fronte, sul Carso e sul Piave, alcuni morirono e i loro nomi sono ricordati in una lapide commemorativa datata 1918 posta sul monumento nel centro del paese.

Dopo la fine della guerra il 4 novembre 1918 la vita riprese come sempre, la gente coltivava la terra, accudiva gli animali, galline, conigli, pecore, maiali e qualche mucca; il lavoro dei campi, però non era sufficiente a sopperire al fabbisogno delle famiglie e così ebbe inizio il periodo dell’emigrazione. Alcuni partirono per la Germania, dove trovarono lavoro nelle miniere, mentre intere famiglie emigrarono alla volta del Brasile, dove si formò una piccola comunità di Lanciole.

Inizialmente i compaesani vivevano in montagna, abitavano in case di legno e facevano il carbone che vendevano nella città di San Paolo, poi ne iniziarono il commercio e si trasferirono in città.

In seguito a questi eventi la popolazione registra una forte diminuzione e dal censimento del 1930 risultano 349 unità.

La storia continua con l’avvento del fascismo che è presente anche nel paese di Lanciole.

Nel 1932 – 1933 fu costruita la Casa del Fascio, alla costruzione parteciparono tutti gli uomini e i ragazzi del paese, i sassi che servirono furono trasportati a spalla dal fiume.

L’edificio fu costruito a tempo di record come avevano stabilito gli anziani e così anche a Lanciole esisteva un luogo dove gli uomini potevano riunirsi, parlare e discutere di politica.

Come in tutti gli altri paesi della valle, le notizie si ascoltavano alla radio, si sfoggiavano le “camicie nere”, i ribelli venivano “purgati”, i bambini frequentavano la scuola, facevano i saggi ginnici e portavano le camicie bianche.

Nel 1940 iniziò la Seconda Guerra Mondiale e tutti gli uomini abili furono richiamati alle armi e partirono per il fronte, alcuni in fanteria, altri in marina, altri nell’arma dei Carabinieri e nel paese rimasero solo le donne, i vecchi e i bambini.

In questo periodo il paese rimane vuoto, ma le donne continuano a lavorare la terra, custodiscono le bestie e tutto continua a funzionare nell’attesa di ricevere una lettera dal marito o dal figlio, oppure dal fidanzato.

Con la proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943 da parte del Gen. Badoglio, l’esercito alleato, dopo lo sbarco in Sicilia, iniziò un’inarrestabile conquista del territorio italiano. Le armate del Reich non riuscirono a opporre difese efficaci, e il 4 giugno del 1944 gli alleati liberarono Roma e il mese successivo erano già in Toscana.